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la storia del mio record

di Piero Fischi

immagine 1E' il 1984 quando Francesco Moser ottiene il nuovo primato dell'ora, quello che prevede l'uso delle ruote lenticolari e del manubrio "a corna di bue" per la prima volta nella storia. Ho venticinque anni e sono tifoso di Moser, ha la fortuna di essere un buon passista che va forte nelle gare a cronometro -anche se ciò significa una sofferenza sovrumana per cercare di tenere i ritmi alti in salita- ed il passaggio è breve: già a gennaio sono deciso e voglio cercare di stabilire un nuovo record dell'ora.

L'impresa pare dapprima esagerata, improponibile, ma appena accenno la mia idea alla mia società di appartenenza - la G.S. Cocchi Mobili Casaccia- trovo solo entusiasmo e pacche sulle spalle. Il mosaico si compone piano piano: la Seb Sport si occuperà del vestiario e la Cicli Olmo delle biciclette, due modelli identici, uno da strada ed uno da pista.

Inizio la stagione in modo classico e partecipo alle gare già con l'obiettivo record; su tutte svetta la prestazione in un tortuoso prologo a cronometro dove sbaraglio il campo e faccio registare una media da applausi; la forma comincia ad arrivare. Tre mesi prima comincio la preparazione specifica, comprendente un mese di potenziamento in bicicletta con le famose Salite di Forza-Resistenza, uno di aumento dei carichi di lavoro ed una fase di rifinitura. Tutto procede bene ed alterno le sedute di allenamento su strada a quelle su pista. Il programma è sulla falsariga di quello seguito da Moser ed anch'io faccio i test Conconi per determinare la soglia anaerobica ed userà, grazie alla disponibilità del signor Marzorati della ditta Ambrosio, proprio le stesse ruote lenticolari usate da Moser che sono la classica da 28" posteriore e da 26" anteriore. L'ultimo test parla molto chiaro: la soglia equivale ad una velocità tra 44 e 45 km/h, un limite davvero buono.

immagine 2Venerdi 6 settembre 1985: eccomi varcare la soglia del mitico Vigorelli per effettuare una prova sulla pista magica: la bicicletta è già quella del record, cioè con ruote lenticolari e tubolari gonfiati ad 8 atmosfere. Giro piano e poi aumento progressivamente; la scorrevolezza sembra davvero ottima e tutto è pronto per l'indomani.

E' sabato, il grande giorno; sono teso, ma non troppo. Concentrato, molto. Ho paura, o forse no, solo un po' di timore. Ho fatto tutto ciò che dovevo ed ora ecco il grande momento. Colazione a base di riso in bianco, prosciutto e formaggio e da bere solo acqua. Sono pronto, o forse no. Vorrei uscire dall'albergo, o magari tornare indietro, fare in modo che sia ieri, o meglio domani. Una valanga di sensazioni strane ed opposte mi pervade, ma esco. Dall'Hotel Parma al Vigorelli si va a piedi e mi confondo tra la gente comune. Arrivo al "Vigo" dove trovo la mia famiglia che è già arrivata da Genova svegliandosi all'alba. Entro nella pista, guardo il catino e cerco di carpire i segreti, guardo le curve e noto le bandiere che si muovono in modo scomposto; c'è vento irregolare e questo renderà ancor più difficile la mia impresa.

immagine 3Mi scaldo con la bici da strada, faccio qualche giro, cambio rapporto, noto che il vento infastidisce un po'. Faccio un giro a passo d'uomo e mi fermo sulla linea d'arrivo dove mi aspettano i giudici. Mi siedo per terra ed intanto mi viene portata la bici da pista con il 52-15; sono arrivati anche gli amici che mi incitano già a gran voce: tutto è pronto. Mi alzo in piedi ed in un clima di silenzio quasi irreale salgo in sella; stringo i cinghietti e sono pronto. tre, due, uno, via! Parto a tutta tra le urla fortissime dei miei amici e degli spettatori occasionali e faccio il primo giro forte, molto forte, forse troppo. Sono in posizione e so che devo solo pensare a spingere sui pedali ed a tenere il più possibile la ruota sulla linea nera di misurazione della pista. Giro, cerco di andare a tutta ma non troppo ed il tempo passa. Giro e comincio ad essere infastidito dal vento contrario sul rettilineo opposto alle tribune e sulla curva che segue. pedalo, pedalo e mi sembra di essere lì da un secolo; avevo detto di avvertirmi quando erano passati venti minuti, ma nessuno parla: si sono dimenticati?

Giro ancora e pedalo, davvero una fatica boia per mettere nel carniere giri su giri e dopo un po' mi arriva la comunicazione da mio padre: "Venti minuti!". Ma come venti minuti? Mi sembra di girare da tre ore! Ho capito che sarà dura, più dura del previsto e di come mi aspettavo. Mi sforzo di non perdere la posizione e di non sbandare sulla curva con il vento, ma è dura, soffro. Il rettilineo con il vento a favore sembra volare via in un attimo, mentre quello con il vento contrario non finisce più. Fatico ma non mollo.

E' sempre più dura, manca un quarto d'ora. Mi sembra una eternità, ma non mollo. Dieci minuti, cinque, tre, uno e poi è finita. Faccio un paio di giri a rilento intanto che i giudici effettuano il conteggio e poi il responso: 43,784 km in un'ora. E' la migliore prestazione ligure di ogni tempo, la nona italiana a livello dilettanti e la ventisettesima mondiale assoluta di ogni tempo; sono contento. Ricevo un mazzo di fiori e butto il caschetto al pubblico. Arriva sul velodromo il mitico Maspes che mi premia con una medaglia ricordo e mi dice solo una parola, "bravo". Sì, è stata molto dura, ma credo di essere stato bravo davvero. Non sono un campione e non ho la possibilità di avere nelle gambe velocità assolute, ma anch'io ho il mio record e ad oggi è ancora imbattuto.

Posso anch'io ringraziare la magica pista del Vigorelli.

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